I 1

Et teneat culti iugera multa soli,
Quem labor adsiduus vicino terreat hoste,
Martia cui somnos classica pulsa fugent:
Me mea paupertas vita traducat inerti, 5
Dum meus adsiduo luceat igne focus.
Ipse seram teneras maturo tempore vites
Rusticus et facili grandia poma manu;
Nec spes destituat, sed frugum semper acervos
Praebeat et pleno pinguia musta lacu. 10
Nam veneror, seu stipes habet desertus in agris
Seu vetus in trivio florida serta lapis,
Et quodcumque mihi pomum novus educat annus,
Libatum agricolae ponitur ante deo.
Flava Ceres, tibi sit nostro de rure corona 15
Spicea, quae templi pendeat ante fores,
Pomosisque ruber custos ponatur in hortis,
Terreat ut saeva falce Priapus aves.
Vos quoque, felicis quondam, nunc pauperis agri
Custodes, fertis munera vestra, Lares. 20

sì che un'angoscia continua l'assilli
per la presenza del nemico,
e gli squilli delle trombe di guerra gli tolgano il sonno. Una vita tranquilla conceda invece a me la misura, purché sul mio focolare splenda sempre una fiamma. Come un contadino vorrei io stesso
piantare a tempo e luogo i tralci della vite e con mano sapiente gli alberi da frutta, senza che la speranza mi tradisca,
ma via via mi conceda covoni di grano
e vendemmie abbondanti che colmino i tini. Non c'è tronco solitario nei campi
o pietra antica di trivio con ghirlande di fiori ch'io non veneri, e qualunque frutto mi dona la nuova stagione, come primizia
io l'offro alle divinità della campagna.
Appesa alla porta del tuo tempio, mia bionda Cerere, sarà sempre una corona di spighe ||

Salvo diversa indicazione, il contenuto di questa pagina è sotto licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 License