Enea E Creusa

Ascanium Anchisenque patrem Teucrosque penatis
commendo sociis et curua ualle recondo;
ipse urbem repeto et cingor fulgentibus armis.
stat casus renouare omnis omnemque reuerti        750
per Troiam et rursus caput obiectare periclis.
principio muros obscuraque limina portae,
qua gressum extuleram, repeto et uestigia retro
obseruata sequor per noctem et lumine lustro:
horror ubique animo, simul ipsa silentia terrent.        755
inde domum, si forte pedem, si forte tulisset,
me refero: inruerant Danai et tectum omne tenebant.
ilicet ignis edax summa ad fastigia uento
uoluitur; exsuperant flammae, furit aestus ad auras.
procedo et Priami sedes arcemque reuiso:        760
et iam porticibus uacuis Iunonis asylo
custodes lecti Phoenix et dirus Vlixes
praedam adseruabant. huc undique Troia gaza
incensis erepta adytis, mensaeque deorum
crateresque auro solidi, captiuaque uestis        765
congeritur. pueri et pauidae longo ordine matres
stant circum.
ausus quin etiam uoces iactare per umbram
impleui clamore uias, maestusque Creusam
nequiquam ingeminans iterumque iterumque uocaui.        770
quaerenti et tectis urbis sine fine ruenti
infelix simulacrum atque ipsius umbra Creusae
uisa mihi ante oculos et nota maior imago.
obstipui, steteruntque comae et uox faucibus haesit.
tum sic adfari et curas his demere dictis:        775
'quid tantum insano iuuat indulgere dolori,
o dulcis coniunx? non haec sine numine diuum
eueniunt; nec te comitem hinc portare Creusam
fas, aut ille sinit superi regnator Olympi.
longa tibi exsilia et uastum maris aequor arandum,        780
et terram Hesperiam uenies, ubi Lydius arua
inter opima uirum leni fluit agmine Thybris.
illic res laetae regnumque et regia coniunx
parta tibi; lacrimas dilectae pelle Creusae.
non ego Myrmidonum sedes Dolopumue superbas        785
aspiciam aut Grais seruitum matribus ibo,
Dardanis et diuae Veneris nurus;
sed me magna deum genetrix his detinet oris.
iamque uale et nati serua communis amorem.'
haec ubi dicta dedit, lacrimantem et multa uolentem        790
dicere deseruit, tenuisque recessit in auras.
ter conatus ibi collo dare bracchia circum;
ter frustra comprensa manus effugit imago,
par leuibus uentis uolucrique simillima somno.
sic demum socios consumpta nocte reuiso.        795

Atque hic ingentem comitum adfluxisse nouorum
inuenio admirans numerum, matresque uirosque,
collectam exsilio pubem, miserabile uulgus.
undique conuenere animis opibusque parati
in quascumque uelim pelago deducere terras.        800
iamque iugis summae surgebat Lucifer Idae
ducebatque diem, Danaique obsessa tenebant
limina portarum, nec spes opis ulla dabatur.
cessi et sublato montis genitore petivi.

Ascanio ed il padre Anchise ed i penati teucri
li affido ai compagni e li nascondo nella valle profonda;
io ritorno in città e son cinto di splendenti armi.
E' deciso di rinnovare ogni vicenda e ritornare per tutta
Troia ed offrire di nuovo la vita ai pericoli.
Al principio ripercorro le mura e le oscure soglie della porta
donde avevo preso il cammino e seguo a ritroso le orme
percorse nella notte e scruto con la luce (dela note):
ovunque spavento pel cuore, insieme gli stessi silenzi atterriscono.
Poi mi riporto a casa, se mai vi avesse rivolto, se mai,
il passo: v'eran penetrati i Danai e tenevan tutta la casa.
D'improvviso il fuoco vorace col vento si avvolge
ai tetti, le fiamme stravincono, la vampa infuria per l'aria.
Avanzo e rivedo il palazzo e la rocca di Priamo:
ed ormai nei vasti porticati nell'asilo di Giunone
guardie scelte Fenice ed il crudele Ulisse
curavano il bottino. Qui da ogni parte si ammucchiano
i tesori troiani saccheggiati, bruciati i penetrali,
mense degli dei, vasi massicci d'oro e vestiario
catturato. Bambini e madri impaurite stanno attorno
in lunga fila.
Anzi osando anche lanciare grida per l'ombra
riempii le vie di richiami, e triste invano gemendo
più e più volte chiamai Creusa.
Cercando e correndo senza fine nelle case della città
mi apparve davanti agli occhi il fantasma e l'ombra
della stessa Creusa e la figura maggiore di quella nota.
Stupii, i capelli si drizzarono e la voce s'attaccò alla gola.
Allora così parlava e alleviava le pene con qieste parole:
" Che serve abbandonarsi sì tanto ad un pazzesco dolore,
o dolce marito? Queste cose non accadono senza il volere
degli dei; nè ti è lecito portare di qui Creusa come compagna,
o lo permette lui, i re del celeste Olimpo.
Lunghi gli esili per te e la vasta distesa del mare da solcare,
e giungerai alla terra Esperia, dove il lidio Tevere
tra campi fecondi di semi scorre con lieve corso.
Lì sorti propizie e regno e sposa regina,
fatti per te; scaccia le lacrime per l'amata Creusa.
Io non vedrò le superbe regge dei Mirmidoni o dei Dolopio andrò a servire i Grai,
io nuora di Dardano e della divina Venere;
ma la grande genitrice degli dei mi tiene su questi lidi.
Ormai addio serba l'amore del figlio comune".
Come disse queste frasi, lasciò me che piangevo e volevo
dire molte cose, e e scomparve tra l'arie leggere.
re volte tentai allora stringerle le braccia al collo;
tre volte l'immagine invano afferrata sfuggì dalle mani,
uguale ai venti leggeri e molto simile al sonno fugace.
Cosi finalmente, consumata la notte, rivedo i compagni.
E qui trovo meravigliandomi che un enorme numero
di nuovi compagni è affluito,sia madri che mariti,
gioventù raccolta per l'esilio, miserevole volgo.
Da ogni parte convennero pronti nei cuori e nei mezzi
in qualunque terra volessi condurli per mare.
Ormai Lucifero sorgeva dai gioghi del sommo Ida
e guidava il giorno, ed i Danai tenevano assediate
le soglie delle porte, nè alcuna speranza d'aiuto era data.
Mi rassegnai e sollevato il padre mi diressi sui monti.

Creusa, detta Euridice nella tradizione più antica, era figlia di Priamo e di Ecuba,[1][2] nonché sorella di Ettore, Paride, Laodice, Cassandra e Polissena. In gioventù, ebbe come nutrice una donna di nomeCaieta, da cui in seguito prese il nome la città di Gaeta.[3]
In seguito, Creusa sposò il cugino Enea, figlio di Anchise, da cui ebbe un figlio, Ascanio, e forse una figlia, Etia.[4]
Creusa si smarrisce la notte della caduta di Troia. Enea riempì di richiami le strade per ricercare la moglie quando scorse il suo fantasma. L'eroe tacque per l'orrore, i capelli irti sul capo. Creusa parlò ribadendo che gli dèi avevano voluto che essa non seguisse il marito nei suoi viaggi ma fosse assunta in cielo per servire Cibele, la Grande Madre. In un estremo, toccante addio, l'ombra della donna ripone in Enea il suo amore per il figlioletto Ascanio. Enea protende gemendo le braccia per abbracciare il collo di Creusa, ma per tre volte egli stringe aria, e il fantasma si dissolve come un soffio di vento.

^1 Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, libro III, 12, 5.
^2 Igino, Fabula, 90.
^3 Commento di Servio a Virgilio, Eneide, libro VII, 1 ss.
^4 Pausania, libro III, 22, 11.

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