Donna Tanto V Ho Pregata
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Donna, tanto vi ho pregata, se vi piace, che mi vogliate amare; io son vassallo vostro perché siete valente e istruita e riconoscete ogni buon pregio: per ciò mi piace la vostra amicizia. Poiché siete in ogni atto cortese, il mio cuore s’è fermato in voi più che in nessun’altra genovese. Gran mercede sarà se m’amate, e poi sarò meglio compensato che se la città fosse mia con tutta la roba ammassata là dentro dai genovesi.

Il. Giullare, voi non siete cortese nel chiedermi questo; io non ne farò niente; vi vedrei appiccato piuttosto che farmi vostra amica. Certamente ho da scannarvi, provenzale malaugurato. Sentite le parole noiose che vi dirò: sozzo, sciocco, calvo che siete. Io non vi amerò mai; ho un marito più bello che non siete voi e ben lo so. Andate via, fratello, aspettate un’occasione migliore.

III. Donna gentile e distinta, allegra, valente e saggia, valgami la vostra discrezione siccome gioia e gioventù vi guidano e pur cortesia, pregio, senno e ogni buon insegnamento. Per ciò io vi son amante fedele senza alcun ritegno; mi vedete sincero, umile e supplichevole. Tanto mi stringe e mi vince l’amor di voi a me così piacente. Una distinzione sarà se divento servitore e amico vostro.
IV. Giullare, voi sembrate matto che tenete tali discorsi. Possiate venire e andare in mal’ora. Non avete il senno d’un gatto. Troppo mi dispiacete, mala cosa mi sembrate. Io non farei tal cosa (qual voi mi chiedete) neanche se voi foste figlio d’un re. Mi credete una sciocca? In fede mia voi non m’avrete. Se per riscaldarvi contate su di me, morrete quest’anno di freddo. Di lega troppo cattiva sono i provenzali.
V. Donna, non siate tanto fera; non conviene, non sta bene. Conviene piuttosto, se vi piace, ch’io vi chieda a senno mio e che vi ami con cuor verace e che voi mi sciogliate dal mio soffrire. Vostro uomo sono e vostro servitore perché vedo, conosco e so quando guardo la vostra bellezza, fresca qual rosa in maggio, che nel mondo più bella non ne so. Così vi amo e vi amerò; sarà un peccato se la mia buona fede mi tradisce.
VI. Giullare, se io goda di me stessa, non stimo un soldo genovese il tuo provenzaleggiare. Non ti capisco meglio d’un tedesco, d’un sardo o d’un moro e di te niente m’importa. Vuoi tu discuter meco? Se mio marito lo viene a sapere mal accordo avrai con lui. Bel messere, ti dico il vero: non voglio tali discorsi, te l’assicuro, fratello. Vattene, provenzal mal vestito, lasciami stare.VII. Donna, in confusione m’avete messo e in pena. Però ancor vi pregherò che mi lasciate mostrar come fa un provenzale quando è montato.
VIII. Giullare, teco non starò, poiché hai tale stima di me. Meglio sarebbe, per San Martino, che andassi da ser Obizzino; vi darà forse un ronzino, giullare che sei.

Fonte: Rambaldo di Vaqueiras, Liriche, a cura di Thomas G.Bergin, Firenze, 1956Trad. di Bergin.

Note:
Donna: provenzale dal latino "domina", mia signora, in senso di rispetto
amistà: amicizia. Nel codice medievale è la donna amata.
mercede: ricompensa
poscia: poicon l'avere: con la ricchezza (l'avere, gli averi)
punto: affatto, per nulla.
distringe: stringe
che m'è piacere: mi è gradito
miscredenti: falsibeltà: bellezza.
non pregio (stimo) un genoino (moneta di scarso valore battuta a Genova)
accavagliare: litigareè alla monta: si accoppia (accoppiamento degli animali)
ti cale: ti importa
Obizzino: Obizzo II Malaspina del Monferrato, alla cui corte fu composto il contrasto.

L'autore

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