Cerbero
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=Dante e Virgilio di fronte a Cerbero in una litografia di Gustav Dorè

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Il canto VI dell'Inferno inizia con Dante che si riprende dallo svenimento dopo aver parlato con i due cognati Paolo e Francesca e già, mentre ancora è confuso dalla tristezza e l'angoscia (Dante usa il termine pieta, ma con significato, appunto, di angoscia, secondo altre interpretazioni prova pietà perché anche lui ha rischiato di cadere nell'amore passionale prima di essere salvato da Beatrice) per quegli sventurati, vede nuovi dannati e nuove pene tutto intorno a sé.
Il terzo cerchio dove egli si trova è quello de la piova / etterna, maladetta, fredda e greve, che cade sempre uguale con la stessa intensità; essa è composta da grossa grandine mischiata a acqua nera e neve, e si riversa nell'aria tenebrosa: la terra ricevendo questa pioggia puzza e diventa fanghiglia.
Qui si trova Cerbero fiera crudele e diversa (il termine viene usato nell'accezione di strana, ma anche nel senso di aliena, estranea al mondo in cui vivono Dante e il lettore), che latra con tre teste sulla gente sommersa nella fanghiglia.
Cerbero è uno dei personaggi che Dante "ricicla" dall'Averno di Virgilio (Eneide, libro VI, v.417). La descrizione di Dante si basa su quella del suo maestro, ma qui la bestia è più mostruosa, per una descrizione tra l'umano e il bestiale e per il fatto che inghiotte il fango gettato da Virgilio e non una focaccia soporifera, contenente miele e farina "drogata", come accadeva nel viaggio di Enea. Esso viene descritto con gli occhi rossi, la barba unta e nera, la pancia gonfia e le mani con unghie (non "zampe e artigli"), con le quali graffia i dannati e li squarta (graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra, dice il sommo poeta, con un climax che accentua l'azione violenta del demonio con un climax ascendente organizzato su una sempre maggiore violenza); inoltre con le sue urla gli 'ntrona (li "rintrona", li fa impazzire) così che essi vorrebbero essere sordi (vv. 32-33). Nella mitologia Cerbero è un simbolo di ingordigia (ecco perché lo troviamo in questo canto) e anche di discordia, per le lotte tra le sue diverse teste: non a caso nel canto si parlerà proprio delle discordie fiorentine.

Quando Cerbero vede Dante e Virgilio, apre le bocche e mostra loro le zanne, senza tenere fermo un singolo muscolo. Allora Virgilio distende le mani e getta nelle sue bramose canne (gole, secondo un linguaggio triviale) due pugni pieni di terra, che il cagnaccio si affretta a mangiare, come quei cani che desiderosi del pasto abbaiano e poi si interrompono subito appena lo ottengono.

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