Bonvesin

Elogio di Milano per i suoi abitanti

Considerata in rapporto ai suoi abitanti, Milano, rispetto a tutte le altre città del mondo, mi sembra la più splendida.
I. I nativi di Milano di ambo i sessi sono di giusta statura; hanno aspetto sorridente e piuttosto benevolo; non ingannano; non usano malizia con i forestieri, cosi che sono distinguibili anche più degli altri dalle restanti popolazioni Vivono con decoro, ordine, larghezza, dignità, indossano vesti onorevoli; dovunque si trovino, in patria e fuori, sono piuttosto liberi nello spendere, onorano e fanno onore, e sono urbani nel loro modo di comportarsi e di vivere. Come il loro idioma, tra le diverse lingue, si parla e si capisce più facilmente di ogni altro, cosi essi stessi, tra qualsiasi gente, sono riconoscibili dal solo loro aspetto. Sono religiosi più di tutti gli altri, a qualunque patria appartengano… fuori dalla loro patria più probabilmente… Non sono dunque, tra tutte le genti, i più degni di stima? A questo punto qualcuno mi obietterà: «Perché colmi di tante lodi Milano per i costumi dei suoi abitanti? Non sono forse noti a tutti i loro odi e tradimenti reciproci, le loro discordie civili, le loro crudeli distruzioni? Dunque tu non parli a proposito». Rispondo che questo argomento non ha valore, come non lo avrebbe quest'altro: «Tra i dodici apostoli vi furono dissensi, vi fu il tradimento di Giuda, vi fu anche chi rinnegò Cristo tre volte; dunque gli apostoli non si dovrebbero affatto lodare?». Magari un altro obietterà ancora: «Perché, se hanno le qualità che tu decanti, la loro bontà non mette un freno a tanta malvagità?» Rispondo: «Perché la potenza temporale tocca più spesso ai corrotti, e i figli delle tenebre, nelle loro iniquità, operano spesso con più passione e cautela che i figli della luce nelle loro opere. Questo lo lascio a voi: io continuerò a trattare quello che mi sono proposto».
II. Tanto nella città quanto nel contado, ovvero distretto, ogni giorno diventa più grande la già grande popolazione e la città si estende con i suoi edifici. E perché, dove si vive splendidamente, la popolazione non dovrebbe essere feconda? Perciò, contando cittadini e gente di fuori d'ogni condizione, si calcolano, in totale, più di duecentomila gli uomini che si ritengono ciascuno in grado di essere valente come singolo combattente in guerra. In questo numero non vengono contati gli uomini esenti [da giurisdizione secolare] delle diverse categorie: monaci, canonici e altri chierici e religiosi, sia professi1 sia viventi in casa propria con i loro servi. Il loro numero complessivo potrebbe bastare a una provincia, qualunque essa fosse […].

CARATTERISTICHE DELLA POPOLAZIONE: I MESTIERI
XI. Questo però in generale posso affermare con certezza: che dentro la città e fuori, contando i preti e i chierici che portano l'abito dei diversi ordini e tutti gli esenti dalla giurisdizione secolare, più di diecimila religiosi vivono di pane ambrosiano2. Noi crediamo sia stato per i loro meriti e le loro intercessioni che Dio abbia liberato questa città da molti pericoli. E non parlo del numero mirabile delle donne che qui conducono vita di religiose in abito religioso.
XII. Da tutto ciò si può dedurre la bontà naturale dei Milanesi. Che dire ora del numero elevato degli altri abitanti di Milano e del suo contado? Silenzio. Chi riesce a contarli li conti. Mi si perdoni tuttavia se non taccio, giacché, secondo miei lunghi calcoli, confermati dalle assicurazioni di molti, più di settecentomila bocche umane di ambo i sessi (contando, insieme con gli adulti, tutti i bambini), vivono sulla superficie della terra ambrosiana e ricevono ogni giorno dalla mano di Dio, ed è mirabile la fonte, alimenti ambrosiani.
XIII. Perché non dovrebbe essere giusto il mio calcolo, se soltanto nella popolosissima città vi sono sicuramente centoquindici parrocchie, tra le quali ve ne sono alcune che annoverano senz'altro più di cinquecento famiglie e altre che ne annoverano circa mille?
XIV. Quante comunque siano le bocche umane che abitano una città cosi grande lo calcoli chi ci riesce. Se lo saprà fare fino in fondo, arriverà, ne sono convinto, alla somma di duecentomila circa, giacché serie e accurate indagini hanno provato con certezza che nella sola città si consumano ogni giorno, in media, milleduecento moggi3 di grano e anche più; e la verità di questa asserzione è garantita da quelli che fanno pagare ai mulini i tributi sul grano macinato.
XV. Se uno vuole sapere quanti possano essere i guerrieri in una guerra, sappia che complessivamente abitano questa città più di quarantamila uomini, capaci ciascuno di maneggiare singolarmente contro i nemici una lancia o una spada o un'altra arma.
XVI. Quanti cavalieri atti alla guerra sia in grado di mettere in campo questa città lo posso dichiarare, giacché più di diecimila uomini, tra essa e il contado, potrebbero facilmente presentarsi, a un ordine del comune, con cavalli da guerra, e affinché anche delle cose analiticamente dette la verità enucleata risplenda in qualche modo più luminosa, per altra via, alcuni nuclei li snoderò dalle pieghe dell'insieme.
XVII. Vi sono nella sola città centoventi giureconsulti in entrambi i diritti4, e il loro collegio, sia per numero sia per sapienza, si crede non abbia l'uguale in tutto il mondo. Tutti costoro, pronti a emettere giudizi, accettano volentieri denaro dai litiganti.
XVIII. I notai sono più di millecinquecento; moltissimi tra loro sono ottimi estensori di contratti,
XIX. I messi del comune5, che la gente chiama servitori, sono sicuramente seicento.
XX Sei sono i trombettieri6 principali del comune, uomini dignitosi ed egregi, i quali, in onore della loro cosi grande città, non solo possiedono cavalli, ma conducono anche una vita decorosa alla maniera dei nobili. Essi suonano la tromba in modo mirabile, diverso da quello di tutti gli altri trombettieri del mondo. Il go clangore stesso delle loro trombe, terribile e oltremodo adatto ai tumulti delle battaglie, e di cui non ne abbiamo udito un altro simile in tutto il mondo, esprime a un tempo la grandezza e la forza di questa città.
XXI. I periti medici, che vengono chiamati comunemente fisici7, sono ventotto.
XXII. I chirurghi8 delle diverse specialità sono più di centocinquanta. Moltissimi di loro sono medici dalle spiccate attitudini, i quali continuano a esercitare, per antica tradizione di famiglia, la chirurgia appresa dai loro padri. Si crede che non possano avere l'uguale nelle altre città della Lombardia.
XXIII. I professori di grammatica9 sono otto; ciascuno di essi tiene sotto la propria bacchetta una numerosa scolaresca. Ho effettivamente constatato che essi superano i dottori delle altre città, insegnando la grammatica con grande impegno e diligenza.
XXIV. Quattordici sono i dottori espertissimi in canto ambrosiano10, da ciò si può dedurre quanto siano numerosi in questa città i chierici.
XXV. I maestri elementari superano il numero di settanta.
XXVI. I copisti, benché in città non vi sia Studio generale11, superano il numero di quaranta. Trascrivendo ogni giorno libri con le loro mani, essi provedono al pane e alle altre spese.
XXVII. I forni che in città, come si sa dai registri del comune, cuocciono il too pane ad uso dei cittadini sono trecento. Ve ne sono anche moltissimi altri esenti12, che servono monaci o religiosi di ambo i sessi; penso siano più di cento.
XXVIII. I bottegai, che vendono al minuto un numero incredibile di mercanzie, sono sicuramente più di mille.
XXIX. I macellai sono più di quattrocentoquaranta; nei loro macelli vengono vendute in abbondanza ottime carni di ogni tipo di quadrupedi adatti al nostro consumo.
XXX. I pescatori che quasi ogni giorno pescano in abbondanza nei laghi del nostro contado pesci di ogni tipo, trote, dentici, capitoni, tinche, témoli; anguille, lamprede, granchi e ogni altro genere infine di pesci grossi o minuti, sono più di diciotto; quelli che pescano nei fiumi sono più di sessanta; quelli che portano in città pesce pescato nei ruscelli innumerevoli dei monti assicurano di essere più di quattrocento.
XXXI. Gli albergatori che a pagamento danno albergo a gente che viene di fuori sono circa centocinquanta.
XXXII. I fabbri che attaccano zoccoli di ferro ai quadrupedi sono circa ottanta; da questo si può dedurre l'abbondanza dei cavalieri e dei cavalli. Quanti siano i fabbricanti di selle, di freni, di sproni e di staffe, non sto a dirlo.
XXXIII. I fabbricanti di campanelle di oricalco13 che, appese al collo dei cavalli, danno un dolce suono e non sappiamo se vengano fabbricate anche altrove, sono più di trenta; ciascuno di loro ha sotto di sé molti collaboratori che lo aiutano nell'arte sua. Se volessi elencare ordinatamente anche il numero degli artigiani di ogni tipo, dei tessitori di lana, di lino, di cotone, di seta, dei calzolai, dei conciatori di pelli, dei sarti, dei fabbri di ogni genere e cosi via; e poi dei mercanti che girano ogni parte della terra per i loro mercati e sono parte importante nelle fiere delle altre città; e infine dei merciai ambulanti e dei venditori all'asta: io credo che quanti mi leggono e mi ascoltano ammutolirebbero, per cosi dire, dallo stupore. Queste precisazioni si riferiscono alla sola città e limitiamoci ad esse: bastano infatti a fare comprendere l'elevato numero dei cittadini e l'abbondante afflusso dei forestieri in questa città.
XXXIV. Per quanto invece riguarda il nostro contado: quanti siano gli uomini delle diverse condizioni, quanti prima di tutto quelli di eletta nobiltà, quanti poi i dottori nelle diverse arti, i medici, i mercanti, gli agricoltori e gli artigiani di ogni genere, non intendo assolutamente dirlo; lo valuti nella sua mente chi ci riesce. Una sola cosa, anche se taccio tutte le altre, dichiaro: che tanto in città quanto fuori vi è un alto numero di uomini di eletta nobiltà, gran parte dei quali sono chiamati valvasores (valvassori) da “valvae” (porte), giacché, quando gli imperatori romani dimoravano nel pretorio ambrosiano, era prerogativa della loro dignità fare da portieri della curia imperiale14. Altri invece, di nobiltà più grande, vengono denominati capitanei (capitani) da caput (capo): erano infatti capi delle pievi15. Oltre a queste due, vi sono ancora moltissime altre nobili parentele. E per dare maggiore consistenza a questa verità, preciserò, per chi volesse saperlo, che tra i nobili della città e del contado più di cento sono quelli che, ciascuno singolarmente, si dedicano al piacere di cacciare con astori e falconi. Il numero degli sparvieri non sono neanche in grado di calcolarlo.

(Bonvesin de la Riva, Le meraviglie di Milano, a cura di M. Corti, Milano, Bompiani, 1974, pp. 51-55, 63-73)

Testo in lingua latina.

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